8.8. La citara immagini 9. Gli strumenti ad arco

8.9. Orpharion, bandora e penorcon

In Inghilterra, nella seconda metà del XVI sec., furono elaborati dei nuovi strumenti a corda strettamente imparentati con la citar a da un punto di vista organologico, ma assimilabili al liuto per quanto riguarda il loro repertorio. Come la citara erano infatti muniti di corde di metallo (ottone e acciaio), di tastatura fissa in metallo e fondo della cassa piatto, ma non avevano la classica accordatura rientrante delle citare, venendo intonati normalmente, come i liuti, per quarte e terze.

Questo gruppo di strumenti rimase, per quel che ne sappiamo, in ambito inglese, sebbene fossero conosciuti da Praetorius, che ne riporta sia l'immagine che le accordature. Essi sono la bandora, l'orpharion e il penorcon. Negli annali inglesi di Stow è riportato:96

Nel corso del quarto anno di regno della regina Elisabetta [1561], John Rose, abitante a Bridewell, inventò e costruì uno strumento con corde di metallo, chiamato comunemente bandora, e lasciò un figlio che lo superò nella costruzione delle bandore, viole da gamba e altri strumenti.

Dunque la bandora è l'unico strumento rinascimentale di cui conosciamo l'esatta paternità nonché l'anno di nascita. Nel 1566 una pandora compare nella strumentazione delle musiche di scena della tragedia Jocasta di George Gascoigne.97

La parola bandora, con i suoi affini, compare spesso nel Rinascimento riferita ai più svariati strumenti a corde, ed è difficile dire quali siano i nessi precisi che legano questi strumenti tra loro. Abbiamo già visto per esempio che per lo spagnolo Bermudo (1555) la bandurria era una specie di ribeca pizzicata; per il bolognese Piccinini, invece, la «pandora» era una sua personale elaborazione del chitarrone «armato di corde di cetra», cioè di metallo, e di contrabbassi «di fila d'argento, e ogni contrabasso con la tratta e corta conforme al bisogno».

Anche la bandora di John Rose (della quale non è sopravvissuto alcun esemplare) era uno strumento di grandi dimensioni che svolgeva la funzione principale di eseguire la linea del basso nel broken consort, ma che veniva di frequente indicato anche tra gli strumenti adatti all'accompagnamento delle voci. Per esempio nelle indicazioni contenute nel Banquet of Daintie Conceits (1588) di Anthony Munday e nei Mottects, or Grave Chamber Musique (1630) di Martin Peerson98 vengono consigliati in alternativa al liuto o all'organo alcuni strumenti tipicamente britannici, come appunto la bandora, il virginale e l'arpa irlandese.

L'accordatura della bandora a sei cori ricavata dalle intavolature è molto simile a quella del liuto basso in re, ma con l'aggiunta di un coro in do al grave e l'assenza del coro più acuto. Probabilmente, come nel liuto, i due cori più gravi erano raddoppiati all'ottava e i rimanenti all'unisono.

Praetorius nella XVII tavola della Sciagraphia mostra una Bandoer a sette cori, per la quale dà le seguenti due accordature:

Simile alla bandora, ma di dimensioni più ridotte era l'orpharion, che pare sia stato anch'esso inventato dal liutaio inglese John Rose.99 Già nel nome lo strumento rivela le sue intenzioni di riproporre, nella cultura rinascimentale, la pratica musicale del mondo classico;100 infatti la parola orpharion nasce dalla fusione tra Orfeo e Arion (Arione), due dei personaggi mitici più in voga nel Rinascimento, ai quali era attribuita l'invenzione del canto monodico accompagnato. Il profilo stesso dello strumento (così come quello della bandora e dei loro affini) evoca quello di una conchiglia, in particolare del tipo chiamato «pettine», simbolo ricorrente nella cultura rinascimentale, che deriverebbe dalla forma della lira donata dal dio Hermes a Orfeo.101

Dell'orpharion sono sopravvissuti alcuni esemplari, tra cui uno attribuito proprio a John Rose: quest'ultimo è uno strumento finemente lavorato e molto decorato. Oltre che nel tipico contorno ondulato il «pettine» è anche raffigurato sul fondo, dove appare scolpita l'immagine di questa conchiglia. In questi suoi riferimenti classici, l'orpharion è molto vicino alla citara: per esempio la citara di Girolamo Virchi conservata al Kunsthistorisches Museum ha anch'essa il fondo che rappresenta una conchiglia. In entrambi gli strumenti è evidente una ricerca estetica che travalica la funzione pratica, analogamente a quanto avviene nella lira da braccio di Giovanni d'Andrea, sempre nel Kunsthistorisches Museum: tutti strumenti che in un modo o nell'altro sono in rapporto con la civiltà classica.

L'orpharion ha esattamente l'accordatura del liuto in sol: infatti la sua funzione musicale era semplicemente quella di offrire un'alternativa timbrica al suono ovattato delle corde di budello. Il legame tra i due strumenti era così stretto, che l'orpharion seguì sempre di pari passo l'evoluzione dell'accordatura e del numero di cori del liuto.

Sia la bandora che l'orpharion erano muniti di quindici tasti disposti non perpendicolarmente al manico, ma inclinati progressivamente allo scopo di rendere più lungo il diapason delle, corde più gravi e migliorarne così la risonanza. Ovviamente anche il ponticello era inclinato, ma nel senso opposto. In particolare il ponticello fungeva sia da capotasto che da cordiera ed era incollato direttamente sul piano armonico. Nonostante la loro derivazione dalla citara e l'utilizzazione di corde di metallo, sia l'orpharion che la bandora venivano pizzicati con le dita.

La popolarità di questi strumenti fu notevole in Inghilterra: essi sono indicati come alternativi o obbligatori in 19 raccolte musicali pubblicate tra il 1588 e il 1630.102 Inoltre in 35 inventari di collezioni di strumenti musicali redatte tra il 1565 e il 1648, entrambi questi strumenti sono citati con la stessa frequenza del liuto.103

Del penorcon non sappiamo quasi nulla: Praetorius ci dice solo che esso era di misura intermedia tra la bandora e l'orpharion.

8.8. La citara immagini 9. Gli strumenti ad arco

Note

96. Munrow (1976), p. 82. [torna al testo]

97. Sachs (1980), p. 443. [torna al testo]

98. Munrow (1976), p. 82. [torna al testo]

99. Wells (1982), p. 427. [torna al testo]

100. Wells (1982), p. 427. [torna al testo]

101. Wells (1982), pp. 429 sgg. [torna al testo]

102. Munrow (1976), p. 83. [torna al testo]

103. Munrow (1976), p. 83. [torna al testo]