1.2. Le fonti 2. Gli strumenti a fiato in legno

1.3. Temperamento, accordatura, diapason

Il massimo teorico del periodo, il veneto Gioseffo Zarlino (1517-1590) suddivise gli strumenti in tre grandi categorie:

  1. Strumenti stabili, quali l'organo, il cembalo, l'arpa, che durante l'esecuzione non possono variare minimamente la loro intonazione.
  2. Strumenti alterabili, per esempio la viola da braccio (senza tasti) e il trombone, che non hanno un'intonazione fissa e possono quindi adottare qualsiasi temperamento in qualsiasi momento.
  3. Strumenti stabili, ma alterabili, che nonostante abbiano un'intonazione fissa, possono variare l'altezza delle singole note mediante artifici di vario genere. A questo gruppo appartengono gli strumenti a fiato (flauti, bombarde, cornetti ecc.) e gli strumenti a corde con i tasti (liuti e viole da gamba).

Secondo Zarlino gli strumenti del terzo gruppo potevano suonare insieme a quelli del primo, pur avendo un diverso temperamento, perché si potevano adattare, con l'aiuto della perizia del suonatore, a produrre intervalli estranei alla loro natura.11

Gli instrumenti da fori e da corde, che si possono alterare, si possono chiamare di mezana qualità tra gli uni e gli altri. Laonde tenendo la loro temperatura e il loro uso cotal qualità, dirò anco che mezanamente si possono accomodare tanto nell'uso della specie naturale o syntona suddetta, quanto d'alcun'altra specie contenuta negli altri instrumenti, tra le parti dei loro temperamenti.

L'opinione possibilista di Zarlino riguardo all'accordo di strumenti con diverso temperamento è degna di fede, in quanto poggia su ben venticinque anni di esperienza pratica come maestro di cappella della prestigiosa basilica di San Marco a Venezia: il luogo dove secondo molte testimonianze si produceva la miglior musica d'Europa. Nonostante ciò le opinioni del musicista veneto non erano condivise da tutti i teorici del suo tempo; specialmente il fiorentino Vincenzo Galilei, che pur era stato allievo di Zarlino, nel suo Dialogo della musica antica e moderna (1581) nega che il liuto possa e debba adattarsi al clavicembalo in fatto d'intonazione, e in linea generale crede che tra gli strumenti a temperamento diatonico e quelli a temperamento equabile vi sia completa incompatibilità.

A scapito delle opinioni pessimistiche di Galilei, nella pratica quotidiana i gruppi misti furono usatissimi durante tutto il Rinascimento e oltre: in particolare l'accoppiamento viola da gamba e cembalo, che divenne nel XVII sec. il fondamento di qualsiasi gruppo da camera. Generalmente era il senso pratico a guidare gli esecutori nella risoluzione dei problemi d'intonazione: normalmente erano la viola e il liuto ad adattarsi al temperamento della tastiera mediante l'opportuno spostamento dei tasti dalla loro normale posizione, confidando nell'orecchio più che nel calcolo teorico.

Il musico pratico Silvestro Ganassi, anch'egli attivo a Venezia, insegna a intonare la viola in modo quasi naturale nel suo trattato Lettione seconda (1543) e avverte, se si suona con un clavicembalo, di «non mancar d'il muovere il dito e ditti più e manco secondo che l'audito tuo si resta satisfatto [...] come di questo semo accertadi da l'organo e da l'istromento [ovvero il clavicembalo] e di tenir alcune quinte più basse cioè alquanto scarse de la sua vera intonazione».

Un altro problema riguarda il diapason in uso nel Rinascimento. Modernamente è stata fissata l'altezza del La3 a 440 battimenti al secondo; questo per poter uniformare la costruzione degli strumenti musicali. Nonostante questo le orchestre moderne suonano a circa 442 Hz e in certi casi raggiungono perfino i 445 Hz.

Nel Rinascimento invece non esisteva una normativa generale e il diapason cambiava da città a città e perfino da chiesa a chiesa, dipendendo dall'intonazione dell'organo, che naturalmente non poteva essere cambiata. Generalmente il diapason degli organi tendeva a essere più alto della norma, perché questo significava canne più corte e quindi un certo risparmio sul costo della lega metallica. Gli strumenti a intonazione variabile, quali il cembalo o gli archi, non avevano alcun problema ad adattarsi a qualsiasi altezza: viceversa i fiati dovevano essere intonati una volta per tutte, dopo di che il margine di correzione restava esiguo.

Per ovviare alla mancanza di un diapason standard, gli strumenti a fiato venivano costruiti in gruppi omogenei con l'intonazione fissata dall'artigiano e, sempre in gruppi, venduti e utilizzati. Volendo aggiungere per esempio a un gruppo di flauti qualche cromorno, era consigliabile rivolgersi allo stesso costruttore per avere la sicurezza di disporre di strumenti intonati tra loro. Tuttora nei musei sono conservati gruppi di strumenti a fiato nati insieme e mai più separati nel corso degli anni, pur passando attraverso vari proprietari. L'artigiano di solito si preoccupava di fornire anche la cassa per contenere gli strumenti.12

Studi fatti su strumenti a fiato rinascimentali tuttora funzionanti, soprattutto flauti sia diritti che traversi, e cornetti,13 che non subiscono le notevoli variazioni di intonazione alle quali sono soggetti gli strumenti ad ancia, hanno determinato che il diapason più in uso in Italia era fissato a 450 Hz ca. Molti strumenti sono però intonati a 410 Hz, che risulta essere un tono sotto il precedente. In questo caso si possono avanzare due ipotesi: questi strumenti sono effettivamente intonati a un tono di distanza dai primi (per esempio flauti in sol e in fa); oppure si tratta di strumenti costruiti in Francia, dove nei secoli XVII e XVIII il la più comune era appunto di 410 Hz, e dove non possiamo dunque escludere che questo diapason fosse già in uso nel XVI secolo.

1.2. Le fonti 2. Gli strumenti a fiato in legno

Note

11. Gioseffo Zarlino, Sopplimenti musicali (Venezia 1588), p. 220. [torna al testo]

12. Spesso negli inventari rinascimentali vi sono citazioni di questo tipo: «Dieci flauti di bossolo, drento a una cassa coperta di corame nero». Cit. da Fabbri (1983), p. 58. [torna al testo]

13. Cfr. Weber (1975), pp. 7-10. [torna al testo]